Dimitri_Nicolau_profilo_pianofindexLettera scritta in occasione della presentazione del libro “DIMITRI NICOLAU. Una ricerca personale” a cura di Maria Cristina Caldarola.
Libreria Rinascita (Roma), 7 giugno 2008.

“E’ invece necessaria una assoluta definizione del pensiero tramite parole. Precise e definite”
Dimitri Nicolau, compositore e pittore

Ecco Dimitri proponeva una rivoluzione: la ricerca per l’artista di una dimensione di assoluta fusione tra linguaggio e realtà umana.
La proponeva col suo modo di vivere, con la sua ricerca personale.
Aveva compreso, ma prima ancora realizzato, il senso profondo dell’importanza per l’artista di essere: essere umano. Per non violentare, violentarsi, essere violentato.
Per non proporre consolazione, consolarsi.
Vedeva in giro ed ascoltava molti violentatori, molti consolatori molti fallimenti umani prima che artistici.
“E’ allora è necessaria una assoluta definizione del pensiero tramite parole”.
Per dire che le idee sull’uomo e sull’arte che stanno nella cultura sono vecchie violente, consolatorie. Che l’idea della scissione come naturalità umana è falsa. Che la realtà umana è fantasia.
Diceva: “Bisogna saper rifiutare la ragione che gestisce la conoscenza con la freddezza del calcolo.
Rifiutare di inchinarsi alle regole astratte dettate dal sacerdote di turno che gioca il suo potere sulla paura che fa la pagina bianca. La differenza sta nel coraggio di lasciar fluire le idee musicali con libertà in un movimento che diventa narrazione e non annulla lo scorrere del tempo interno di chi ascolta.”
Aveva indubbiamente coraggio, anche se non si faceva troppe illusioni. Uno dei suoi titoli è: “ E’ ancor lunga la strada.”
Il coraggio gli veniva dal non aver rinunciato alle sue origini musicali che affiorano continuamente nei suoi lavori. Per lui avevano il sapore e il calore delle prime poppate che il neonato si fa all’inizio della vita. Rapporto immediato, diretto, di pelle.
Diceva proprio così, lo troverete nel libro.
Il coraggio gli veniva anche dalla scoperta fatta quando, ancora adolescente, sentiva la stessa antica melodia trasformarsi e mutarsi di senso se il tono della voce di chi la cantava era diverso; per una gioia, una tristezza, un amore o un odio.
E allora la verbalizzazione: il senso interno della musica non è il linguaggio!!Spesso il linguaggio copre una carenza, una mancanza di senso.
E allora il rapporto con gli interpreti: ci proponeva, ma era una pretesa assoluta, la sfida ad essere creativi a cercare una fantasia senza la quale diceva, non c’è identità dell’interprete.
Io, forse non avevo subito capito,o forse, facevo finta per evitare di perdere quella certezza che mi veniva dalla perfezione raggiunta nella tecnica. Dicevo: ma le note sono quelle, la strada è tracciata, posso avere un certo margine di libertà ma di più…
“Devi sostenere la contraddizione tra la necessità del massimo rigore, con l’idea che sei tu che ricrei il pezzo. E non solo la sua struttura la sua forma concreta, ma soprattutto, il movimento delle immagini profonde che stanno sotto ai suoni, all’origine dei suoni,ma che non hanno suono. Sono indefinite. Tu ce le hai queste immagini?
Se le hai allora puoi ricreare questo movimento. Questa è la creatività dell’interprete, la sua identità. Questa è la sfida.”
Come vedete una mole di lavoro teorico enorme che però era sostenuto e aveva la sua origine  dai rapporti personali, dalla vita vissuta.
L’astrazione come dimensione mentale non gli apparteneva.
Scriveva musica cono uno spirito quasi artigianale anche se raffinatissimo, e sempre prima c’era il rapporto poi la musica.

Dopo una delle belle serate passate a chiaccherare di queste piccole cose, in una notte scrisse per me la sua 7° sonata. Trovai una e-mail il giorno dopo il cui tono più o meno era: “Mi è venuta così, senza pensare. Avevo altro da fare. Fanne quello che vuoi, ma spero che ti piaccia.”
Quando cominciammo a lavorare alla tesi che è all’origine del libro, gli chiesi di scriverci un quartetto. Lo fece e come suo solito rilanciò, lui era per le sfide. Questa volta dopo tre o quattro giorni ci arrivò un altro quartetto. Ma senza nessun obbligo, nella massima libertà sia nostra che sua. Scrivere era il il modo di realizzare la sua identità e libertà personale.
Scrivendo musica per un interprete diceva della sua certezza nel rapporto che si era creato, nella possibilità di approfondire la ricerca in quel rapporto.
Rapporto in cui ognuno dei due realizza la propria identità costringendo l’altro ad essere.
Va bene, adesso penso, che tutto questo sproloquio possa finire.
Troverete questi pensieri e molte altre cose nel bel libro presentato questa sera, e spero, che vogliate provare a cercarle anche nella sua musica.
Vi ringrazio molto.

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