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Pier Paolo Iacopini e Antonio Pilato
[foto Fulvio Iannaco]

Sentire e Vedere. La ricerca su queste due parole, che in maniera poetica propongono di ignorare l’ambito della percezione sensibile, e di indagare, invece, quella specifica dimensione della mente umana che possiamo verbalizzare con i termini di sensibilità e recettività, è cosa quanto mai difficile e complessa.
Potremmo anche pensare di definire questa attività psichica come: realizzazione di un armonico, non dissonante movimento del pensiero e allo stesso tempo, come possibilità di percezione di tale movimento.
Anche se in maniera diversa fanno parte del vissuto quotidiano comune a tutti, ma la cosa che qui ci interessa sottolineare, è la possibilità che queste  capacità della mente umana divengano matrici a loro volta della dimensione che interessa più da vicino l’arte: la creatività. 

Purtroppo bisogna sempre sottolineare il fatto che la cultura ufficiale ancora oggi si accapiglia sull’esistenza, dico meglio, sulla possibilità che sensibilità e recettività siano un valido strumento di conoscenza.
Ma noi diciamo che l’arte semplicemente vive di tutto ciò. Non ha possibilità  di essere, senza quanto queste parole tentano di rappresentare.
Cosìcché anche noi musicisti, pur così innamorati del suono materiale che riusciamo a produrre aggrappandoci a volte letteralmente, a quegli oggetti dalle forme strane che lo producono, siamo costretti ad ammettere che ciò che realizziamo ha la sua matrice in un altro sentire, in un altro vedere.

Dunque ‘sentire e vedere‘: dimensioni della mente che contengono il senso del fare arte.
Adesso dobbiamo chiarire il perché della nostra scelta di tenere insieme la ricerca sul pensiero e l’omaggio al compositore Dimitri Nicolau; giustificare è una brutta parola… di raccontare allora perché la nostra scelta non è un arbitrio. In primo luogo ci ha mosso l’esigenza di avviare una riflessione finalmente pubblica, su quella che è stata la tendenza vincente della cultura musicale del secondo ‘900,

dove la dimensione irrazionale della mente è stata espulsa dalla composizione, o al più rappresentata come malattia, e di riflettere su quelli che sono stati i punti di riferimento epistemologici di questa egemonia culturale i cui esiti emergono, a mio avviso, certe volte drammaticamente, dalle partiture che si eseguono e che il pubblico ascolta.
E’ palese, osservando l’allontanamento del pubblico dai concerti, pensare che ci sia qualcosa che non funziona nella cosiddetta “musica contemporanea”; qualcosa che non può essere imputato, come spesso accade di sentire, alla scarsa cultura musicale imperante nel nostro paese, dato che il fenomeno è diffuso ben oltre i ristretti orizzonti del nostro piccolo mondo musicale, e anche per il fatto che da sempre più parti si levano voci  critiche che chiedono di avviare finalmente una riflessione su tutto ciò.

In secondo luogo, a mio modo di vedere, avviare una ricerca sul pensiero musicale che non sia un puro “esercizio masturbatorio” e proporre una poetica diversa che non resti soltanto una mera dichiarazione di intenti, significa partire dalla realtà e dalla materialità di un vissuto umano e artistico.

 

Dimitri NicolauL’arte è fatta da esseri umani e, pertanto, data l’originalità del modo di comporre di Dimitri Nicolau e la complessità della sua personalità, avviare a 6 anni dalla sua scomparsa, un primo tentativo di indagine sulla sua poetica, può essere il modo giusto di porre sul piatto i complessi problemi connessi a queste tematiche, trovare forse qualche risposta, ma soprattutto ricominciare finalmente a parlare di arte come ricerca della bellezza. 

 

Una prima proposizione: la musica di Dimitri Nicolau offre, come raramente succede, la possibilità, a chi abbia un atteggiamento di ascolto reale, di ritrovare quelle dimensioni mentali di vedere-sentire cui si accennava prima.
Da interprete, anche se rubo un po’ il mestiere ai musicologi, per la sicurezza dovuta al mio rapporto materiale ed emotivo con la sua musica posso dire che  la sua è una figura interessantissima e originale di vero compositore.
Le parole che vengono sono: capacità di scrittura, coerenza interna del linguaggio musicale, sincerità e onestà intellettuale, umanità dei contenuti. Tutto questo traspare evidente avvicinandosi alle sue partiture e alla prova fondamentale dell’ascolto, ma cercherò di spiegare meglio e cito:

“Sono Dimitri Nicolau e faccio il compositore, non sono un compositore”.
“Compongo e sviluppo le mie idee procedendo non per strutture logiche ma per emozioni”.
“Nell’analizzare la partitura si può scoprire solo quello che già c’è nell’ascolto”.
“La musica va ascoltata più che spiegata, anzi, non c’è niente da spiegare”.
“Penso sia un errore parlare di musica, delle forme e degli altri aspetti relativi, senza prima aver affrontato altre questioni fondamentali come il senso della musica, l’origine del linguaggio musicale, l’identità del compositore, il concetto di libera espressione”. 

Ho proposto queste frasi, estrapolate dai sui carteggi personali perché qui sono enunciate in maniera incisiva, questioni fondamentali come l’origine e dunque il senso della musica, la possibilità di comprensione del linguaggio musicale oltre il contenuto della sintassi.
C’è, fondamentale, una proposizione di identità e di libertà dalla cultura dominante che ancor’ oggi suona nuova e rara e si trova espressa in nuce, quella che è la sua caratteristica fondamentale:
in lui non c’è nessuna idea di scissione, tra identità personale e identità artistica. 

Amava raccontare delle sue prime esperienze musicali a Keratea, dove sentiva-viveva un rapporto immediato coi suoni, specialmente attraverso il canto, la naturale vocalità con cui le persone accompagnavano la vita di tutti i giorni.
Della scoperta fatta non ancora adolescente, di provare una emozione fortissima nell’ascoltare persone diverse suonare musiche diverse e da qui la decisione di scoprire perché la musica aveva questo potere su di lui.
Sottolineava così, in questo modo un po’ da aedo narrante, la certezza dell’esistenza di un qualcosa di affettivo, di un contenuto di umanità che con la musica poteva essere espresso e percepito.

Poi, diventata certezza, questa scoperta l’ha portato a seguire e a partecipare alla ricerca sull’identità umana nei Seminari di Analisi Collettiva tenuti dal Prof. Massimo Fagioli;

un suo fatto personale, ma che lui ha sempre rivendicato pubblicamente come fondamentale per la sua formazione.
Approfondendo l’idea della non scissione, prima c’è il realizzarsi come esseri umani possibilmente sani, poi si può anche trovare la libertà e il talento per esprimersi facendo arte.

La seconda proposizione riguarda la portata culturale di Dimistri Nicolau, che è nell’aver indicato prima col suo scrivere bellissima musica e poi verbalizzando i suoi pensieri, la possibilità per i musicisti contemporanei di percorrere una strada al di fuori delle religioni artistiche che hanno caratterizzato e violentato il II° ‘900:
comporre significa raccontare attraverso i suoni il movimento di quella cosa che aveva trovato il suo nome nella teoria di Massimo Fagioli: l’immagine interiore della nascita umana; movimento che lui chiamava “narrazione dell’immagine acustica”, qualcosa di pre-verbale e di originale per ciascuno, che l’uomo ha in sorte da una natura amica o forse per uno scherzo evolutivo.
La bellezza del suo procedere musicale è in questo movimento continuo del pensiero che si svolge fuori dall’intenzionalità cosciente dell’autore, in una forma che si “autogenera”, si sviluppa per la capacità-fantasia dell’autore di trovare nei suoni il filo narrativo della sua stessa umanità.

Questo suo naturale, “ovvio” modo di essere, l’ha costretto al cimento di opporsi alla cultura dominante e perciò a dover verbalizzare il suo pensiero musicale; anche in questo, è riuscito con talento a farne un aspetto non secondario della sua produzione artistica.
Ha portato la scrittura ad essere un altro suo modo di  espressione, necessario per sostenere i motivi del rifiuto e rivendicare la verità di fronte ai tanti annullamenti della sua musica.
Nei sui scritti viene denunciata in maniera chiara evidente l’idea dominante della sottomissione del compositore al linguaggio.
Linguaggio spesso imposto, linguaggio che diventa un molock, un totem a cui viene affidata la realizzazione della creatività.
Viene smascherata cioè, l’alienazione religiosa che si nasconde sotto la razionalità quando questa viene resa il motore interno, il meccanismo della composizione, il fine ultimo dell’opera d’arte.

Fare arte è invece per lui, rappresentare con sincerità e verità il movimento di quella parte di noi che “sente e vede” oltre il rapporto fisico col mondo, trasformazione in suono del rapporto mentale tra esseri umani.
Questa è la responsabilità dell’artista verso gli altri, ma anche la sua libertà  come realizzazione di fantasia, che coinvolge anche chi ascolta,  cioè il pubblico.
Sempre ignorato dalla musicologia nella sua umanità, reso soltanto “fruitore”  è invece il terzo elemento di un triangolo amoroso. Nell’ascolto non c’è passività, ma anzi recettività e intelligenza. La musica non è una “recita di fronte a nessuno”.

 

Scrivere musica. Scrivere parole.
chrissi tomi
Interessante notare che Nicolau usa le parole “solo” per sviluppare ed esprimere idee su aspetti generali della sua ricerca musicale; non ha mai voluto parlare o descrivere le sue composizioni con parole.
Ha sempre tenute le parole separate dalla musica. Metteva invece dei disegni alla fine delle sue partiture, come fosse un regalo agli interpreti.
Diceva: nella musica c’è solo l’ascoltare, il sentire, il percepire con la fantasia. 

 

Come se anche anche con questo dire, volesse denunciare la violenza del pensiero dominante che dice: la musica è una specie di linguaggio dimezzato perché non è verbale, non ha parole, è indefinito per sua natura. Solo trovando ferrei nessi razionali al suo interno che lo possano giustificare, si può definire linguaggio. L’artista è colui che trova questi nessi. L’arte come prodotto ultimo della ragione.
L’angoscia di dover giustificare. La necessità di minuziose descrizioni delle strutture compositive adottate, mutuate dalle analisi logico sintattiche della semiotica, dalla matematica, da teorie psicologiche sulla percezione violentissime.
Con apparente semplicità invece, Nicolau afferma:
Quando c’è la musica non ci sono le parole. C’è una capacità di ascolto che deve essere libera di svolgersi nel tempo del rapporto che corrisponde alla durata della composizione“.

Il momento teorico in DN trova la sua verità e la sua matrice, il suo prima, nell’essere artista.
Questa distinzione è di fondamentale valore.

Identità, libertà. Sono le parole sempre cercate sporcandosi le mani di musica e trovate nella sua ricerca personale, nella libertà di fronte alla pagina bianca, nel separarsi con amore dai “maestri”.
Nel rifiuto delle idee violente dei padri: il rifiuto dell’idea di arte come rappresentazione di una norma di malattia, della morte ineluttabile dell’arte.
E’ stato libero e forte anche nell’opporsi all’isolamento, a cui inevitabilmente è andato incontro, visto ciò che  emergeva dai suoi lavori: si sarebbe altrimenti squarciato il velo dell’ipocrisia con cui si tenta di tenere nascosto il fallimento dell’arte contemporanea.
Ha sostenuto lo scontro componendo un nuovo brano come risposta ad ogni  annullamento. Ha sostenuto lo scontro col rapporto con gli interpreti, nella dialettica con chi permetteva alla sua musica di esistere, di vivere.
Anche su questo aspetto si è sviluppata la sua ricerca e nel libro che c’é qui fuori è riportata una mia certa chiacchierata a quattr’occhi con lui in proposito.
Con l’inganno e complice la comune passione per il caffè del primo pomeriggio fui costretto al cimento di tenergli testa, sottoposto ad un fuoco di fila di domande imperiose:

tu che cosa vuoi dal compositore, che cosa pensi di essere per il compositore, cosa realizzi nel rapporto con la partitura, cos’è l’interpretazione.. .e via di questo passo.
Ma così mi ha insegnato la necessità anche per l’interprete di ridefinire con parole valide, il senso del proprio ruolo.
Ma solo dopo aver “visto” che avevo accettato il duro confronto con la sua musica. Che non mi ero razionalmente sottratto…
Spesso infatti il suo modo di essere artista provocava la crisi degli interpreti.
Raccontava che dopo un primo interessato approccio con la sua musica, gli interpreti cominciassero a trovare difficoltà nell’eseguire le sue partiture e ad opporre strani rifiuti.
Perché? Torna la domanda dell’inizio: il perché della scelta di dedicare questo convegno a DN.
Possiamo allora forse arrivare ad una terza proposizione.

  • Perché la sua libertà della forma salta le logiche razionali.
  • Il movimento stesso della frase musicale non è prevedibile.
  • E’ unico perché soltanto suo è il pensiero che muove i suoni in quel certo modo.
  • Ti spiazza continuamente e ti costringe a rapportarti realmente con lui e dunque a trovare un modo diverso di essere appunto, interprete; a trovare la tua sincerità, la tua onestà fuori dalle categorie estetiche usuali, conosciute.
  • Questo fa di lui un compositore vero.
  • Uno che ti prende per mano e ti porta nel suo mondo, ti racconta un pezzetto della sua “storia”.

Onestà e sincerità erano parole sovrane anche nel rapporto diretto che, come la sua musica, ti veniva incontro con un calore e una semplicità che nascondevano la complessità di una identità precisatasi in un tempo lungo come la sua vita.

E ora forse ci sono le memorie personali e un po’ di tristezza.
So certamente che questo scritto è un omaggio al suo talento, alla sua storia personale e mi consolo pensando che ci sarà comunque modo e tempo per approfondire la ricerca e, diventando più bravi come interpreti, trovare sempre nuove risonanze, altri movimenti narrativi nella sua musica.

 

Concludo allora con un’ultima proposizione di lavoro. 
La poetica musicale di Dimitri Nicolau sta nell’aver cercato e realizzato nella materialità suoi lavori, una fusione personalissima con le dimensioni della mente umana scoperte da Massimo Fagioli e di aver avuto la capacità col suo talento personale di realizzare questa fusione tra concetti e scrittura musicale.
Vitalità, memoria non cosciente dei rapporti, identità, trovano il loro suono attraverso il ritmo, la melodia ritrovata, l’armonia, la forma.
Il ritmo inteso come energia primigenia, vitalità che fa vivere e muovere il corpo.
Melodia e armonia come rappresentazione della memoria dei movimenti di rapporto nell’andare verso un’altro, diverso da sé.
Come “libero avvento di ogni nascita necessaria”.
La forma, esito finale dell’opera, come realizzazione e proposizione agli altri di una libera identità personale.

Certamente una simile proposizione non poteva essere facilmente accettata. Ma lui, sicuramente, da coloro che l’hanno intesa, è stato molto amato.

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